Note di sala concerto del 23 gennaio 2010

Prima un motivetto rapido e serpeggiante, come un mormorio, un piccante chiacchiericcio sussurrato all’orecchio; poi un crescendo di tensione, breve e irrefrenabile; infine un’esplosione di allegria, una risata liberatoria che invade il teatro trascinando il pubblico nel turbine di una tragicomica “folle giornata”.

È l’inizio dell’Ouverture da Le nozze di Figaro, K. 492, l’opera che, rappresentata per la prima volta al Burgtheater di Vienna il 1 maggio 1786, segnò il principio della grande avventura mozartiana nei territori della “commedia umana”, fino ad allora quasi inesplorati dalla musica. Un’avventura in tre tappe, dalle Nozze al Così fan tutte passando per il Don Giovanni, nel corso della quale il compositore, penetrando i segreti della psiche umana con sguardo acutissimo ma con mano leggera, portò alla luce la verità della vita reale, con la sua imprevedibile alternanza di dolore e di gioia, di entusiasmo e di malinconia, di miseria e di grandezza. Egli ne tradusse musicalmente l’infinita varietà fondendo fra loro, con una naturalezza senza precedenti, gli stili canonici della tradizione poetica occidentale, il tragico, il comico, l’elegiaco, e piegando il canto, come pure l’orchestra, all’espressione di ogni singola sfumatura del sentimento racchiusa nel testo drammatico.

All’orchestra, in particolare, Mozart affidò il compito di anticipare sinteticamente nelle ouvertures, con la sola forza del suono, il nucleo dell’azione teatrale. Così in quella delle Nozze: una sorta di “perpetuum mobile”, rapidissimo e inarrestabile, che riassume con perfetta concisione gli eventi della folle journée (così recita il sottotitolo della commedia di Beaumarchais rielaborata da Da Ponte) del matrimonio di Figaro, al termine della quale i protagonisti della vicenda prenderanno coscienza delle proprie umane debolezze accettando, con salvifica ironia, la sublime follia che governa il mondo.

■ «L’oblio di se stesi è la somma poesia; la consapevolezza la somma prosa – portati agli estremi si toccano spesso nel genio».

La frase, tratta da uno dei diari del giovane Schumann, rielabora e sintetizza in forma epigrafica l’idea tipicamente romantica della creazione artistica intesa come unica forza capace di superare dialetticamente le due opposte nature dell’animo umano: quella “poetica”, tendente verso l’annullamento dell’Io nella realtà assoluta dello spirito universale, e quella “prosastica”, portata invece all’affermazione dell’individuo nella realtà del mondo sensibile. In effetti, da questo postulato ideologico nacquero in seguito i tentativi da parte di Schumann di forgiare un nuovo linguaggio musicale, in cui le diverse strutture della poesia e della prosa potessero combinarsi tra loro per dar vita ad un eloquio libero e vario, fortemente assonante ma non rigidamente soggetto alla rima musicale, in continua e instabile trasformazione dal punto di vista ritmico-melodico eppure ricco di rimandi interni ad un’unica idea originaria.

Tra le composizioni della maturità che testimoniano l’altissimo grado di perfezione raggiunto da un tale linguaggio spicca il Concerto per violoncello e orchestra in la min. op. 129, composto da Schumann nel 1850 (qui presentato in una versione per archi curata dallo stesso Geringas). Si tratta di un’opera interamente costruita in base alla legge del trapasso continuo. Sul piano generale della struttura i tre movimenti che compongono il concerto, pur riferendosi al tradizionale schema tripartito, appaiono in realtà come un tutt’uno, essendo essi collegati l’uno all’altro senza soluzione di continuità. Allo stesso modo, sul piano particolare della costruzione melodica, il discorso si articola in base a strutture asimmetriche e aperte che permettono a ciascuna frase musicale di sfociare direttamente l’una nell’altra, seguendo un flusso melodico continuo che, ambiguamente  in bilico tra il recitativo, l’arioso e il canto lirico spiegato, sembra rifiutare le regole della costruzione logica per rispondere solamente all’impeto dell’umore narrativo nei suoi rapidi mutamenti. Questo senza provocare scollamenti nella struttura, la quale è tenuta insieme dalla presenza costante, a volte esplicita, a volte abilmente dissimulata, dell’idea generativa di tutta quanta la composizione: il bellissimo tema principale intonato dalla voce del violoncello.

La stessa legge del trapasso continuo governa anche il rapporto che si instaura tra le parti in gioco: se in certi momenti il solista e l’orchestra appaiono nettamente separati e quasi inconciliabili – come accade nell’esposizione del primo movimento, dove agli splendidi monologhi interiori del violoncello si contrappongono le improvvise esternazioni “oggettive” dell’orchestra – in altri essi si fondono perfettamente l’uno con l’altro scambiandosi continuamente temi e motivi. Da tutto ciò deriva quell’affascinante sensazione di ambiguità per cui singole espressioni musicali, pur essendo nettamente caratterizzate sul  piano del ritmo, della melodia e del timbro strumentale, nel contempo si richiamano a vicenda grazie ad un sistema di reciproche relazioni e affinità che le fa apparire, nel loro insieme, con una sorta di proliferazione da un’unica idea. In questo modo Schumann giunge a far coincidere il molteplice con l’unità, la visione oggettiva con quella soggettiva e a conciliare, come voleva sin dalla giovinezza, gli opposti desideri umani dell’oblio e della coscienza di sé nella dimensione superiore dell’arte.

 ■ Magia, sacralità, sogno, mistero, energia: sono questi gli elementi che caratterizzano la particolare atmosfera espressiva di Post scriptum, brano per soli archi composto recentemente per “Gaida”, il festival di musica contemporanea di Vilnius, dal musicista lituano di origini russe Anatolijus Šenderovas. Come in altre opere del compositore, attualmente uno fra i più importanti artisti della Lituania, la musica nasce intorno ad un unico motivo conduttore sviluppato nell’ambito di una personale commistione fra elementi modali arcaici di provenienza orientale e moderne tecniche di scrittura astratte, atonali e di tipo aleatorio (basate cioè sull’improvvisazione). Nel caso specifico, il motivo conduttore è il celeberrimo incipit dell’Ave Maria schubertiana, il quale emerge come dal nulla, quasi un’isola di salvezza, all’inizio e alla fine del brano dal drammatico coacervo di cromatismi e dissonanze della sezione centrale. «Il tutto – scrive l’autore – come nella vita: sogno e realtà... Ma il sogno svanisce alla fine, non è forse vero?».

■ Sin dalla sua prima esecuzione, avvenuta a Vienna nel febbraio del 1814, l’Ottava Sinfonia in fa magg. op. 93 di Beethoven fu per lungo tempo considerata dal pubblico e da una buona parte della critica un’opera piuttosto strana, disorientante e, in definitiva, poco “beethoveniana”. Da un autore che aveva sconvolto il mondo con la sua musica estremamente drammatica, di dimensioni titaniche e di forte impegno etico, non ci si aspettava infatti una sinfonia di proporzioni così piccole, dal tono leggero e umoristico alla Haydn – evidente soprattutto nel secondo movimento, l’Allegretto scherzando, in cui Beethoven ironizza sull’invenzione del metronomo – e dai caratteri curiosamente settecenteschi.

Oggi, tuttavia, questa “piccola sinfonia”, come l’autore stesso la definì, viene giustamente considerata non solo una grande sinfonia, ma anche una delle più autenticamente beethoveniane.

Innanzitutto per il tipo di umorismo, che non è affatto quello aggraziato e sereno di stampo settecentesco, bensì l’umorismo possente di una divinità o di un demone che sembra divertirsi a giocare con la materia musicale, saggiandone in particolar modo tutte le possibilità di variazione dinamica – si notino soprattutto i continui passaggi dal piano al forte nel quarto movimento e l’impressionante sviluppo del primo, con quel fortissimo in sforzando e in crescendo che sembra non debba finire mai! Inoltre, anche se ciò può apparire strano e contraddittorio, per la stessa atmosfera settecentesca, presente in molti momenti della sinfonia ma soprattutto nel Tempo di Menuetto. Qui compaiono infatti i primi sintomi di quel ritorno al classicismo del Settecento, specie quello mozartiano, che diverrà uno degli elementi essenziali della poetica beethoveniana nel periodo dell’estrema maturità, quando il compositore, malato e completamente sordo, rinuncerà ad esprimere i grandi ideali collettivi della propria epoca e, ripiegando su se stesso, tenterà di procurarsi stati di grazia e beatitudine individuali attraverso il recupero e la personalissima rielaborazione di vecchi generi aristocratici di danza, come il minuetto, nelle cui formule rituali il Settecento sembrava essere riuscito ad eternare la felicità.

Cristiano Veroli

 

Concerto del 23 Gennaio